IL CARCINOMA PROSTATICO PDF Stampa E-mail
Il carcinoma della prostata è attualmente la neoplasia maligna di più frequente diagnosi nel maschio adulto ed è la seconda causa di morte dopo il tumore del polmone. La tendenza epidemiologica degli ultimi trenta anni nei paesi del primo mondo ha infatti visto un aumento di incidenza rispetto all’attesa, inizialmente stimato attorno a quasi dieci volte, ma poi attestatosi negli ultimi quindici anni su valori di circa 3 volte. Attualmente in Italia sono circa 44.000 i nuovi casi diagnosticati ogni anno, mentre sono 9.200 le persone che muoiono per questa neoplasia (stime MIAMOD-ISS in pubblicazione). È stato inoltre stimato che, considerando un’età limite di 74 anni, il rischio cumulativo di ammalarsi di carcinoma della prostata è del 3,9 per cento mentre il rischio di morire per questa malattia è del 1,2 per cento. L’aumento dell’incidenza è principalmente associato a due fattori rilevanti: il prolungamento della vita media e l’incremento della pressione diagnostica in relazione alla disponibilità di strumenti di maggiore sensibilità e specificità. Questi due fattori non sono però associazioni indipendenti che hanno reso semplicemente più frequente una malattia che nei decenni passati era stata considerata non di primo piano dal punto di vista del rilievo clinico. L’età media che aumenta in una popolazione di persone che sta bene e che intende continuare a vivere mantenendo legittimi ed elevati livelli di autonomia e benessere, ha fatto sì che il carcinoma prostatico divenisse una priorità nei timori e nelle aspettative dei cittadini e di conseguenza nell’ambito sanitario. Questa crescente sensibilizzazione, sia nell’opinione pubblica che nella classe medica, ha favorito la diffusione del dosaggio serico dell’Antigene Prostatico Specifico (PSA), l’esame cardine nella diagnosi di cancro prostatico. Ne è derivato un notevole incremento di nuove diagnosi di malattia, specie in fase precoce, sebbene a questo incremento non sia peraltro corrisposto un concomitante aumento della mortalità. Questa esplosione delle diagnosi di tumore prostatico ha prodotto distinzioni significative nella classificazione della malattia. La disponibilità di un crescente numero di pazienti con malattia in fase iniziale ha permesso nelle ultime due decadi un progressivo perfezionamento dei due trattamenti principali della malattia clinicamente organo-confinata. La prostatectomia e la radioterapia radicali hanno ottenuto risultati eccellenti nel controllo di malattia e la loro continua evoluzione è volta non solo all’ottimizzazione dei risultati, ma, soprattutto, al contenimento degli effetti collaterali. Con questo intento si vanno diffondendo le tecniche chirurgiche di nerve-sparing e l’approccio laparoscopico, così come le tecniche di radioterapia conformazionale, a modulazione di intensità ed interstiziale. Diversamente, per la malattia più avanzata non sono a tutt’oggi disponibili trattamenti medici di elevata efficacia, capaci di modificare sensibilmente la storia naturale di malattia. Sebbene perfezionatosi, il trattamento medico ormonale si è infatti fondamentalmente evoluto verso la riduzione degli effetti collaterali per una maggiore tolleranza della terapia.

DIAGNOSI
Il tumore della prostata, purtroppo non si manifesta con alcuna sintomatologia né con segni clinici se non nella fase tardiva quando ormai la terapia non può che essere palliativa.
Le uniche armi che abbiamo per cercare di ottenere una diagnosi precoce sono il dosaggio del PSA e la valutazione clinica annuale.
Il dosaggio del PSA deve essere eseguito su un campione di sangue periferico. Sono ritenute accettabili ed equiparabili per accuratezza e riproducibilità le metodiche di determinazione radioimmunologica (IRMA), immunoenzimatica ed elettrochemioluminescente. Si ritiene consigliato che nel referto siano indicati anche i valori di PSA libero e la ratio, per quanto quest’ultima non sia attualmente inclusa tra gli indici prognostici principali. È abitualmente consigliato di effettuare le determinazioni successive nello stesso laboratorio. L’esecuzione di qualsiasi indagine strumentale per via trans-rettale deve seguire, o precedere, di almeno due settimane il dosaggio del PSA.
In caso di valori elevati di PSA, che vanno comunque valutati dallo specialista, si procede alla diagnostica di secondo livello, rappresentata dall’agobiopsia prostatica ecoguidata.
La tecnica prevede diversi prelievi prostatici per via transrettale sotto gioda ecografia.
Il numero dei prelievi può cambiare da caso a caso secondo schemi e protocolli internazionali.